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Tre domande a Emanuele Martinuzzi

Essere poeta o fare il poeta?
Questa domanda mi ricorda un bel libro che avevo incominciato a leggere tempo fa: avere o essere di Erich Fromm. Fare il poeta potrebbe essere inteso come un abito sociale posseduto o una professione, un lavoro di fabbri della parola, che sanno forgiare con sapienza artigianale l’oggetto, definito e circoscritto, denominato poesia. Dall’altro lato c’è l’essere poeta e la sua relazione esistenziale con quel fenomeno indefinibile chiamato poesia. Essere, in questo senso, potrebbe significare paradossalmente e solamente non essere. Essere poeta vuol dire di conseguenza farsi vuoto, anonimo, per permettere alla poesia e solo ad essa di essere. Quando ci si trova davanti al foglio bianco a scrivere le parole e le idee che sono apparse dal nulla dentro di noi, siamo così assorbiti da questo avvenimento che si può dire di non essere più noi, di dover abbandonare il nostro piccolo io per fare spazio all’alterità sconosciuta che attraversa anche la scrittura. Ecco che possiamo toccare con mano che il nostro essere poeti, grandi o piccoli, socialmente riconosciuti o meno, attuali o inattuali, è dato da un non essere più noi. Parafrasando il poeta è un nessuno, come Ulisse imprigionato nella grotta delle apparenze e controllato dall’occhio barbarico e superficiale di Polifemo. Così si fa nessuno per salvare la vita alla possibilità di esprimersi liberamente, per dare voce a quella missione collettiva a cui partecipa per destino, la scrittura, tentando quel folle volo che lo porta verso l’essenza, al di là delle apparenze, ossia verso la sola salvezza possibile data anche da solo un verso di una poesia, nato dalle profondità del cuore umano.


Perché hai scelto di esprimerti attraverso la poesia?
Avevo dodici anni e non mi sento di dire di aver avuto la maturità e la consapevolezza di scegliere, poi non so che cosa alla fine abbia scelto, se non un rifugio e un tormento allo stesso tempo, quindi un incontro con un altro sfuggente e avvolgente, il partecipare interiore per certi versi ad una contraddizione continua. Quindi credo si possa dire che sia sempre la poesia a sceglierti e non viceversa. Infatti chi scrive è sempre in attesa dell’ispirazione, la ricerca, la insegue, teme o convive a volte col blocco dello scrittore, ma è l’ispirazione a farsi trovare, se e come vuole.


C’è un tema ricorrente nelle tue poesie?
La bellezza della natura, i misteri del cosmo e i sentimenti del cuore umano. A dire il vero non so dove inizi l’uno e finisce l’altro. Fanno parte di una sola realtà, di un solo abisso, in cui provo a sbirciare con timore e meraviglia.

Emanuele Martinuzzi, classe 1981, Pratese. Si laurea a Firenze in Filosofia. Alcune delle precedenti pubblicazioni poetiche: “L’oltre quotidiano – liriche d’amore” (Carmignani editrice, 2015) “Di grazia cronica – elegie sul tempo (Carmignani editrice, 2016) “Spiragli” (Ensemble, 2018) “Storie incompiute” (Porto Seguro editore, 2019). Ha ottenuto numerosi riconoscimenti nazionali e internazionali. Ha partecipato al progetto “Parole di pietra” che vede scolpita su pietra serena una sua poesia e affissa in mostra permanente nel territorio della Sambuca Pistoiese assieme a quelle di numerosi artisti.

Leggi le Tre poesie di Emanuele Martinuzzi