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Tre poesie di Fabrizio Sani

Mettiamo un mattino come un altro

Mettiamo un mattino come un altro,
fischiettando tra i marciapiedi della tua città
– fosse fine primavera –
tra gli smilzi fili d’aria
che la mia bocca lascerebbe cadere
abbandonassi anche qualche lacrima,
tu cosa raccogliesti?

Mettiamo in un mattino come un altro
volessimo incontrarci in un bar per il caffè
– fosse fine primavera –
e io mi fossi un po’ attardato.
Una volta terminato il caffè,
mi chiederesti, con aria immatura,
di restituire quel tempo insieme che ti ho sottratto?

Mettiamo, dicevo, un mattino come un altro,
chiudessi i tuoi occhi e con le mani le tue orecchie su di me
– fosse fine primavera –
evaporassi assieme a tutto il mondo.
Supporresti che la vita procede ancora,
che oltre la tua morte nient’altro morirebbe?
Sapresti, con certezza celeste, di avermi davanti?

Vorrei sapere: un mattino come un altro,
ravvisando la luce sensuale del sole
– fosse fine primavera –
cominceresti a pensare al caldo che si attenua
in un mattino di fine estate
e alla vigna dove potremmo spogliarci e baciarci,
tra l’uva matura?

In conclusione, mi piacerebbe capire
semplicemente se posso chiamarti amore.

Andrea

Con Andrea, bambini, giocavamo con le pigne,
sedevamo accanto, davanti alla maestra.
Adesso, dentro una tuta da lavoro, mi dice di una pietra sollevata per amore
e di una ricerca di qualcosa che sia tutto ciò che può bastare,
durare.
Andrea non ti ho tradito quando me ne sono andato,
ma adesso, facendoti smarrire nella nostra differenza.
Andrea, io sono sempre il bambino
e mi nascondo da te,
per non farmi commuovere da sincerità
che non so ricambiare.
Non vergognarti Andrea, il tempo l’hai capito:
io ricordo e celebro il ricordo;
tu, senza fatica, hai trattenuto il tempo dentro gli anni.
Vivi nel tempo, non del tempo,
come facciano noi farisei.
Tu stavolta
sei andato via presto, lasciandomi solo
a perdermi: improvvisamente mi si è attorcigliata attorno
la sera; e sospeso, ritorno.

Dentro un triangolo

È in questo: una strada, pochi passanti e qualche fanale,
una manciata di sillabe si sono depositate,
una a una, a eclissare le stelle.
No, è prima: una bottiglia di vino, alcuni amici e un’impressione.
È lì, sì: dicevo qualcosa tanto per dire e ti cercavo
ma nei tuoi occhi non mi trovavo
– improvvisa lacerazione dentro il mio

una piuma sopra il cuore
dal dolore di pugnale.
Ero così giovane e non ricordo se
avevo già le braccia per stringerti a

– quale coraggio nel venirmi a dire che era solo ieri?
Non eri nuvola, eppure sempre sembravi fatta di fumo,
tranne quando dicevi addio.
Mi spartivo la tua assenza con una barchetta
dentro un triangolo,
la sola a dirmi buonanotte;
il ricordo del verso di un cuore che adesso
tace, con una barchetta
dentro un triangolo.
Ero così giovane e non ricordo se
già avvelenavo la mia carne per darmi sonno
– quale coraggio nel venirmi a dire che era solo ieri?

Fabrizio Sani è nato in provincia di Arezzo e vive a Roma da sei anni. E’ laureato in Arti e scienze dello spettacolo alla Sapienza e sta conseguendo la magistrale in Editoria e scrittura nello stesso ateneo. Per le edizioni SuiGeneris ha pubblicato il suo primo libro dal titolo “Si innamoravano tutti di me e io del loro amore”. Suoi testi saranno inclusi nell’antologia InVerse 2020 (John Cabot University). Recentemente è risultato tra i vincitori del premio Ossi di Seppia e del premio Alda Merini.